ENRICO IV SECONDO UGO PAGLIAIMarco Boccia

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Marco Boccia

Non sempre è facile prendere un testo e riuscire a rimodularlo cercando delle chiavi di lettura nuove, e poco battute. Ancor meno lo è se ci si pone dinanzi ad un testo complesso e ormai sedimentato, come l’Enrico IV di Pirandello. L’opera, scritta nel 1922, è osannata come il dramma che più di ogni altro mette in gioco la pazzia, la maschera e il volto, la finzione e la realtà, il meta teatro, tutti elementi cari a Pirandello. Nella tradizione dell’allestimento di tale dramma si è sempre cercato di dare risalto a questi elementi.
Pagliai-Gassman-Enrico-IVNella messa in scena di questo ultimo allestimento per la regia di Paolo Valerio, l’Enrico di Ugo Pagliai sembra dimenarsi in una dimensione fanciullesca, viziata ancor di più da una repressione sessuale che è già insita nel testo, ma spesso sottovalutata e trascurata. Più di una delle scelte registiche palesano una volontà di portare a galla questa condizione nella quale Enrico si trova a vivere. La pazzia diviene quindi un rifugio in cui nascondersi, un luogo dove affogare e annientare le proprie paure, la propria ansia sessuale che si risolve solo con prostitute. Emblematico a tal proposito è il momento in cui Enrico sale in groppa ad un cavallo, che compare dal fondo in seguito ad uno spostamento di quinte. Un galoppo sfrenato e fatto di ampi movimenti di bacino, sottolineati da un crescendo ansimare. Qui la messa in scena non sottolinea solo un’infanzia irrisolta ma, un desiderio di sesso, spesso trascurato, palesando una sessualità repressa che, cozza contro quella di Matilde e Belcredi, una sessualità adulta e non onanistica che è riuscita a materializzarsi nella figlia Frida. Più di una scelta della messa in scena porta a tali congetture evidenziando, appunto, la volontà di mettere in risalto altri aspetti che emergono dal testo pirandelliano. Ciò che lascia perplessi è l’incapacità in alcuni punti di accompagnare tali risvolti con scelte visive che si discostino dalla classicità. Insomma Paolo Valerio cerca di dare un nuovo punto di vista non riuscendo fino in fondo, soprattutto perché non sempre è capace di discostarsi dalla tradizione, optando per espedienti scenici figli di un certo tipo di teatro che sembra ormai sorpassato.

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